Roma avrà un museo autosufficiente dal punto di vista energetico. Il progetto è affidato al CSIAA, Centro Studi Interdisciplinari sull’Architettura e sull’Ambiente, associazione di progettisti.
Lo rivela il fondatore e coordinatore del centro, Roberto A. Cherubini, docente di Progettazione architettonica all’università della Capitale, con un’attenzione particolare per l’architettura sostenibile.
Di che progetto si tratta?
Si tratta di un progetto significativo: la nuova copertura fotovoltaica di un grosso museo archeologico che lo renderà il primo al mondo autonomo dal punto di vista energetico. Una scommessa importante per noi. Non posso dire di più.
La realizzazione fa pensare all’installazione dei pannelli fotovoltaici sopra la Sala Nervi in Vaticano…
Ma quella si limitava alla copertura del tetto piano esistente, aggiungendosi al sistema elettrico dell’edificio. Mentre la nostra idea vuole essere una scommessa sull’integrazione dei pannelli nel sistema energetico del palazzo e in una nuova forma architettonica con una propria estetica. La nostra intenzione è di andare ad abbellire il palazzo con pannelli trasparenti su cristallo. Ottenere così una vetrata con, qua e là, punti opachi in corrispondenza dei frammenti di silicio in cui avviene l’accumulo di energia.
Roberto A. Cherubini è un innovatore. Dal 1999 riflette sulle relazioni tra l’architettura, la città e il paesaggio con progetti, sperimentazioni e dibattiti. Lui stesso ha applicato alla propria esistenza quotidiana una di queste sperimentazioni: da un decennio vive fuori rete. Che cosa significa?
Significa che nel casale ristrutturato con un mio progetto su un colle di Proceno, tra l’Alto Lazio e il Senese, mi sono reso indipendente con luce, gas, acqua e riscaldamento. Con sette metri quadri di pannelli fotovoltaici sul tetto produco per me e mia figlia un kilowatt di energia che ci serve per il televisore, il frigorifero, lo scaldabagno e il computer escludendo, invece, lavatrice e phon. Una potenza pari a un terzo di quella utilizzata da una comune abitazione.
Ma le basta per vivere?
Me la faccio bastare e la gestisco immagazzinandola in cinque grosse batterie (simili a quelle delle auto) che mi danno riserve per 48 ore, monitorate con due display. Il gas per la cucina viene dalla bombola. Due stufe a legna riscaldano gli ambienti (soggiorno, cucina e due camere) anche facendo passare le canne fumarie all’esterno dei muri. L’acqua poi viene resa potabile da un antico sistema di filtraggio da una vasca sovrastante la casa.
Lei è stato il primo in Italia a vivere fuori rete. Si sente un pioniere o un eccentrico sperimentatore?
Mi sento uno sperimentatore pacato perché la limitazione non deve essere vista come punitiva. La mia off-grid house, Zero Energy Unit, è nata 10 anni fa con l’obiettivo di dimostrare che si può vivere in modo normale fuori rete. Il tutto è iniziato quando acquistai questa casa, sul colle di una creta senese. Quando chiesi all’Enel di poter essere allacciato all’elettricità, volli vedere il progetto e scoprii che, per portarmi l’energia elettrica dall’ultima cabina, avrebbero dovuto erigere una palificata di media tensione con pali altri 12 metri. Inoltre, il palo di fine linea sarebbe stato installato davanti alla porta di casa con tanto di trasformatore che avrebbe emesso un ronzio costante. In un attimo mi resi conto che il paesaggio che avevo davanti agli occhi e che amavo sarebbe irrimediabilmente cambiato. A quel punto risposi: No grazie. E mi sono arrangiato diversamente.
Per Vivere in modo normale cosa intende?
Normale, intendo, senza pretendere sofisticati e futuristici servizi di domotica e, al contempo, cercando di alleggerire le strutture pesanti. È un pò come con la telefonia cellulare. Quando nacque ci si chiese perché ce ne fosse bisogno poiché avevamo già il telefono fisso. Oggi il telefono fisso è usato sempre meno. Questo apre una sterminata possibilità di applicazioni.
Il CSIAA è un luogo di sperimentazione, elaborazione e dibattito, dispiegato su problematiche progettuali inconsuete, con il fine ultimo di ragionare sull’architettura, sulla città e sul paesaggio fuori dagli schemi solitamente adottati. Cosa significa Problematiche progettuali inconsuete e fuori dagli schemi? Può fare qualche esempio?
Laddove ci sono frane o terreni difficili, il nostro atteggiamento è di abbandonarli o di trasformarli in discariche. Invece, con alcuni colleghi che poi mi hanno raggiunto al CSIAA, abbiamo messo a punto una strategia per creare qualcosa che potesse muoversi assieme al terreno, siamo partiti dal concetto che in un territorio di dissesto geologico è l’architettura dell’edificio a doversi adattare al territorio e non viceversa con strutture di contenimento. L’antefatto è stato il libro da noi scritto Sull’orlo del precipizio. Architettura della geocompatibilità.
Può fare degli esempi di territori che si sono adattati agli edifici?
Purtroppo è la generalità di quel che avviene.
In base a questo ragionamento della mancanza di spazio quindi dobbiamo ripiegarci sul concetto di riciclo di vecchi edifici. Questo non limita il campo d’azione dei moderni urbanisti ed architetti rispetto ai loro colleghi del passato?
Lo spazio per abitare manca. Così abbiamo concepito un modo di abitare a spazio multi-livello in cui il piano zero sia una pura astrazione, in cui non si devono avere persone che vivono sotto le altre. Nel 2000 fummo chiamati dall’ente fieristico di Hannover per elaborare un progetto per il riuso dell’edificio dell’Expo. Noi ne presentammo uno nel quale si partiva dall’idea di intervenire sotto la linea del terreno utilizzando i padiglioni della fiera come punti di uscita. Poi abbiamo creato nuovi habitat sostenibili per l’aeroporto di Reykiavik, e per le città di Copenaghen e Valencia.
Di che progetti si tratta?
Nel progetto di Reykjavik abbiamo convertito in Mile la pista principale dell’attuale aeroporto. Il Mile è un sistema lineare di spazi pubblici, aree verdi, specchi acqua ed è percorso per l’intera lunghezza da una ferrovia leggera sopraelevata. Sopra si innesta l’intero nuovo impianto di abitazioni, servizi direzionali e commerciali, edifici per il tempo libero e il lavoro, per la cultura e per il trasporto. Sul suo asse convergono le due università, il policlinico, l’hub intermodale nazionale. Per Copenaghen e Valencia abbiamo ideato un modello di duna artificiale che racchiude al suo interno parcheggi, linee ferroviarie leggere e strade, oltre a zone per il passeggio e ricreative. Scorrendo lungo l’insediamento urbano e servendo da elemento di collegamento tra i vari quartieri, è pensata in modo che contenga tutto il traffico urbano lasciando l’esterno completamente pedonalizzato. Queste dune sono progettate anche in modo da influire sul microclima delle città: a Copenaghen per fermare i venti freddi da nord, a Valencia, quelli caldi, umidi da sud. Inoltre, hanno dispositivi di apertura anche per sfruttare al meglio condizioni atmosferiche favorevoli come l’energia solare.
Riciclare oggi ha una connotazione negativa. A suo avviso il termine è destinato a trasformarsi in un concetto positivo? Se sì, perché?
Io non ho mai parlato di riciclo di un edificio ma di riuso di spazi che a volte può comprendere anche la tabula rasa. Il riuso è sempre esistito prima che si arrivasse a questa mania tutta moderna di voler sempre avere il nuovo. Al momento stiamo lavorando ad un progetto per trasformare in edifici eco-sostenibili case prefabbricate degli anni Settanta a Francoforte sul Meno. Case di un’area degradata di disagio da trasformare in un quartiere vivibile.
Quando è invece il caso di fare tabula rasa?
Quando si vuole ricostruire con criteri di risparmio energetico ed eco sostenibilità.
Perché le fasce costiere sono le più adatte alla sperimentazione? Mi fa un esempio di un progetto portuale ben riuscito e di uno malriuscito o da rivedere?
Le fasce costiere sono le più adatte alla sperimentazione perché, strette tra il mare e l’ambiente costruito, dispongono di meno spazio d’azione, di una “costipazione” che, tuttavia, è molto stimolante. Questo si vede nel progetto di Valencia per l’area del porto vecchio dopo l’America’s Cup del 2007. Come CSIAA abbiamo partecipato al progetto Haafen City di Amburgo nel quale il centro città ha scoperto di affacciarsi sul grande fiume, l’Elba. Abbiamo spostato il porto e si è creato un lunghissimo fronte d’acqua sul quale intervengono le varie attività. Noi abbiamo partecipato con un workshop con studi sul territorio. In quel progetto si sono cimentate praticamente tutte le archistar di oggi. Tutte hanno commesso lo stesso errore: troppo a lungo si sono trascurate questioni di immagine, forma, identità di una città e hanno pensato di poter risolvere i problemi di un luogo con capolavori isolati che, tuttavia, non sono in grado di dare un senso di appartenenza e di identità collettiva che invece è quello di cui ha più bisogno una città. Le archistar fanno un altro lavoro e mancano l’obiettivo principale: quello di costruire una città. Ad Amburgo questo si vede bene nell’inserimento di singoli elementi che pur essendo singolarmente interessanti non contribuiscono collettivamente a quest’idea.
Nell’ambito della CSIAA, lei si occupa di progetti di costruzione sull’acqua. Cosa può dirmi di quello del lago di Bolsena? Altri esempi nel nord Italia?
Oltre al progetto di Bolsena abbiamo realizzato quelli di Bracciano e Trasimeno, tutti laghi vulcanici quindi conche tondeggianti. Siamo partiti dal considerare il fronte d’acqua marino come palindromo, cioè come le parole che si possono leggere dall’inizio o dalla coda e sono sempre uguali. Il progetto sul lago di Bolsena si basa sull’idea che vi siano punti di riferimento, detti anche landmarks. Punti di riferimento visivi, come i campanili delle chiese di una volta, e pensati in un ordine che segue essenzialmente tre criteri: di identità del luogo, di realisticità e di utilità. Noi abbiamo lavorato per esempio sulle stazioni di navigazione dei battelli che attraversano i laghi.Inoltre, mentre noi ci siamo concentrati sui laghi del Lazio, i colleghi di Darmstadt in Germania lo hanno fatto con il lago di Como. Un lago che ha altre caratteristiche, glaciale con rive alte e di dimensione allungata.
A proposito di Como, la città ha questa polemica sul muro costruito sul lungo lago che impedisce la vista…
Non conosco direttamente la disputa anche se posso capire che un muro che copre la visuale possa infastidire la popolazione. Mi ricorda un’analoga querelle sul progetto per l’Ara Pacis di Meyer a Roma dove il lungo muro sul Tevere è stato ricostruito sulla base di una documentazione storica. Oppure sulla polemica scatenata ad Amburgo dove, in pieno centro, era sorta della vegetazione spontanea con ogni tipo di essenze che, con il nuovo progetto, è stata eliminata. La gente non ricordava che solo 30 anni prima in quel punto non solo non c’erano alberi, ma c’era una concentrazione urbanistica molto elevata. A volte la memoria storica collettiva è molto corta e fortunatamente disponiamo di documenti storici che ce la rinfrescano.
Qual è il suo paradigma della città di oggi? Secondo il sociologo francese Michel Maffesoli – Leggi l’intervista – siamo all’inizio di una fase post-moderna in cui ci si è stancati della città razionale, con un unico centro, una città che prediligeva il quantitativo al qualitativo. Oggi la città va nel senso della conurbazione, delle tribù nomadi che vivono in tanti poli diversi (tante città dentro la città) a seconda dei loro bisogni del momento (sportivi, religiosi, culturali, sessuali, ecc.) e che cercano la qualità, mossi essenzialmente dalla sensibilità ecologica. Tribù con una logica glocal: estremamente legate al territorio ma anche, grazie a internet, alla tecnologia, in continuo movimento ai quattro angoli del mondo. Dei moderni Marco Polo avvantaggiati dalla tecnologia. Lei è d’accordo con questa visione della nuova città?
Sono d’accordo con il sociologo Maffesoli. Il problema che si pone ora quando pensiamo a progettare una città sostenibile ecocompatibile è che o riusciremo ad incontrare i sogni di queste tribù di nomadi di cui parla il sociologo Maffesoli, oppure otterremo città efficientissime, ipertecnologicizzate, ma irrimediabilmente tristi.
Come rimediare ai disagi socioambientali, (alla depressione male del secolo) attribuibili ai contro-effetti della razionalizzazione moderna delle città? Il ritorno in architettura di inclinazioni organiche: la ricerca linguistica biomorfa inorganica, la tendenza dell’architettura domestica modellata sull’abitante, la ricerca di benessere attraverso un’architettura biocompatibile possono essere delle risposte, possono essere delle cure del disagio?
Come rimediare al disagio attuale della città? Finché ci poniamo il problema singolarmente del nostro abitare è inevitabile sentirsi soli. Il problema non è del singolo ma la cura è restituire il senso di appartenenza, il glocal (cioè avere radici in un luogo e contemporaneamente potersi muovere liberamente in tutto il mondo). Ed è solo questione di progettazione, di fatica progettuale.
Intervenire su qualcosa di già presente non limita anche le possibilità di ottenere paesaggi urbani esteticamente gradevoli?
Qui entrano in causa le archistar. La scorsa estate in Germania le archistar hanno subito velenosissimi attacchi da parte di più esponenti della stampa. Il grande dibattito che ne è nato era attorno alla domanda: si può parlare di estetica della eco sostenibilità? Se ne è fatto un gran polverone senza poi che alla fine qualcuno dicesse se avesse ragione che rispondeva sì o chi rispondeva no. Durante il summit sui cambiamenti climatici di Copenaghen la UIA, Unione internazionale degli architetti, ha organizzato un open forum con confronti tra architetti a due a due. Io mi trovai davanti al tedesco Manfred Egger. Siamo veramente sicuri che mille edifici eco sostenibili facciano una città eco sostenibile? Per me l’estetica dell’eco sostenibilità esiste, eccome.
Come è cambiato il rapporto natura e artificio su cui si fondava la cultura architettonica moderna?
Ci sarebbe da parlare per settimane. Mi limito ad un accenno: l’architettura contemporanea ha creato l’ibrido.
Milano, 7 maggio 2010Elisabetta Carli
HOUSE, LIVING AND BUSINESS
Roberto A. Cherubini dal 1999 guida “CSIAA”, ufficio di progettazione e luogo di sperimentazione rivolto a problematiche riguardanti l’architettura, la città e il paesaggio nell’ottica della sostenibilità dell’intervento, della trasformazione e del riuso, delle energie rinnovabili. Dal 2000 realizza il restauro e gestito “off-grid” la casa storica “zero-energy-unit” a produzione sperimentale autonoma fotovoltaica a Proceno. Dal 2004 è co-direttore del master internazionale in Gestione del Progetto Complesso istituito dal Dipartimento CAVEA della Sapienza con la Scuola di Architettura La Villette di Parigi e la collaborazione della Hafencity Univesität di Amburgo.
È esponente della Giuria Tecnica della prima edizione del concorso Ecohousing Art.
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