Marco Roveda, imprenditore milanese classe 1951 con due passioni – l’agricoltura biodinamica e l’architettura – a 22 anni possiede già due aziende edili con quaranta dipendenti, a 35 fonda con la moglie Simona Fattoria Scaldasole, divenuta in poco tempo la prima società del mercato biologico, e a 49 crea LifeGate, piattaforma del mondo eco-culturale.
Nel suo fare impresa da sempre riesce a coniugare i principi dell’etica e della sostenibilità con la realizzazione economica. E diventa esempio da seguire. Con Fattoria Scaldasole, che inizialmente vende yogurt bio, contribuisce a diffondere nella penisola una cultura ecologica. Il suo modello fa sì che dal 1985 al 1999 si passi da 5mila a 1milione di ettari coltivati a biologico, pari al 6,5% del territorio nazionale destinato all’agricoltura, rendendo l’Italia il primo paese del biologico.
Il titolo di un suo libro si chiede L’ecobusiness ci salverà? – Salerno, maggio 2008 – . Per Roveda la risposta è Sì. Lui ne è profondamente convinto. Anche per questo ha redatto il decalogo dei princìpi dell’architettura ecologica ()Leggi qui: come valutare i fabbisogni abitativi, risparmiare energia e acqua, utilizzare materiali ottenuti da materie prime rigenerabili e locali e pensare a fonti energetiche rinnovabili.
La sua attività gli frutta anche numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali, come il Social Entrepreneur of the Year del 2008 della Fondazione Schwab e del World Economic Forum che individua i migliori imprenditori sociali in trenta diverse nazioni.
Una volta la reputazione di un’azienda dipendeva dalle sue dimensioni, oggi dalle sue azioni di rispetto verso l’uomo e l’ambiente. Una volta erano stimati i ricchi. Oggi, sempre più le belle persone scrive nel sito web Ecoblog (Leggi qui).
In questa intervista esclusiva spiega il perché.
Promuovendo i concetti di People, Planet e Profit, LifeGate intende diffondere un nuovo modello economico nel quale convivano profitti, rispetto per l’ambiente e attenzione per il sociale. Lei è un uomo di successo. Com’è riuscito a conciliare tutto questo?
È difficile separare quanto si fa da ciò che si pensa. Ciò che ho realizzato l’ho fatto prima tramite Fattoria Scaldasole, poi attraverso LifeGate. Ma attenzione, non ho dovuto plasmare, tarare, indirizzare le mie aziende secondo i concetti People, Planet, Profit, la mia attività di imprenditore è nata, è consistita e continuerà con lo scopo di diffondere valori. Mi sia consentita un’immagine: non ho cavalcato l’onda, sto cercando di crearla.
People, come vivono i suoi collaboratori in azienda. Rispetto ad altre aziende cosa offre di più? Strutture interne come mense, aree wellness, asili per i figli dei dipendenti? Altro?
LifeGate non è un’azienda che ha solo lo scopo di fare profitti, il suo obiettivo primario è quello di diffondere valori. Per questo non abbiamo un sistema particolare di benefit, per incentivare o premiare i dipendenti. LifeGate diffonde valori che noi tutti condividiamo, la gratificazione dei miei collaboratori è, oltre ad avere una qualità di vita aziendale, quella di contribuire alla diffusione di questi valori comuni.
Profit: il denaro, la ricchezza e il lusso si conciliano con il rispetto dell’ambiente, con l’ecosostenibilità?
Il denaro, credo, non sia né un mezzo né un fine, lo definirei Energia da indirizzare verso il bene. La ricchezza e il lusso sono concetti relativi e dipende a cosa ci si riferisce. Intendiamo essere ricchi di amore o di cose materiali? Certamente bisogna essere ricchi di pensieri, di creatività, di progetti. Molte persone invece vogliono possedere, essere ricche di oggetti, di cose che nascondono la mancanza di ricchezza interiore e di personalità.
Dalla civiltà dei consumi compulsivi a una civiltà di consumi consapevoli? È davvero convinto che tanta gente rinuncerà facilmente ad un elevato tenore di vita? Al consumismo?
Consumatori lo siamo tutti. Ciò che abbiamo lo compriamo. Cosa intendiamo per elevato tenore di vita? L’idea di dover rinunciare a qualcosa è, a mio parere, sbagliata. Non bisogna rinunciare a nulla, è necessario avere ben chiaro quali siano i propri obiettivi. Se la nostra esistenza è basata su valori spirituali e non è una mera esistenza materiale, è evidente che così pensando non si rinuncia a niente, si desiderano altre cose. Vorrei aggiungere che la scelta del consumo consapevole non è una possibilità, una decisione opinabile, piuttosto è una scelta obbligata, “matematica” per tutti gli abitanti del pianeta, e ciò per la semplice ragione che il nostro ecosistema non è più in equilibrio. Per il numero delle persone, per il nostro modello economico necessiteremmo di un pianeta e mezzo…
Lei ha scritto: Lo stupido è completamente irretito dalla civiltà materialista senza valori, la persona intelligente è affascinata dai vantaggi della civiltà della consapevolezza, che in sintesi vuol dire essere lifegater – essere una bella persona. I valori in cui lei crede – da vivere con sentimento a vivere la vita con gioia – sembrano dei principi religiosi. Non crede che, visti dall’esterno, questi principi siano da accogliere con un atto di fede piuttosto che con un ragionamento?
Tutt’altro. Mi sembra che qualsiasi persona con intelletto capisca la ragione, la convenienza e la bellezza di assumere questi valori come punti di riferimento della propria vita e dei propri comportamenti. Che poi una vita basata su questi principi sia difficile da realizzare, questo è tutto un altro paio di maniche.
Lei ha scritto: Quando tutte le nostre azioni saranno in sintonia con i principi della civiltà della consapevolezza, allora avremo raggiunto la vera qualità della vita e con essa, molto probabilmente la felicità, che non è solo un momento di gioia, ma uno stato di grazia che si può raggiungere solo in armonia con se stessi, con gli altri, con il pianeta e dando senso alla nostra vita. In pratica, ci sembra che raggiungere la vera qualità della vita coincida con una sorta di ascesi mistica.
È abbastanza vero. Credo che la felicità non sia un momento di contentezza evanescente e passeggero ma uno stato di grazia che una volta raggiunto diventa permanente.
Venendo al suo percorso di vita. Lei ha introdotto l’agricoltura e i prodotti biologici in Italia. Ma perché poi ha abbandonato Fattoria Scaldasole? Lei l’ha spiegato col desiderio di continuare ad impegnarsi, non più solo attraverso un prodotto, ma a 360 gradi. Ma perché non continuare a tenere quel marchio di fabbrica che Le apparteneva in tutto e per tutto?
Come detto, ho sempre voluto diffondere valori. Prima ho cercato di farlo attraverso un prodotto e per questo ho fatto decollare il “biologico” in Italia, uno strumento, un mezzo per diffondere valori in cui credevo e in cui credo. Poi, riflettendo, studiando, approfondendo, ho capito che il sistema è fatto dal mercato, dalla politica e dalle persone, ma è su queste ultime, sulle persone, che bisogna agire se si vuole cambiare il sistema, sì perché il mercato fa quello che le persone acquistano e la politica è quello che le persone votano. Dovevo parlare, entrare in contatto, dialogare con i veri attori e protagonisti del Cambiamento: le persone. Di qui la scelta di fondare LifeGate.
Lei fa parte della giuria del concorso Ecohousing-art che chiede di elaborare progetti per ritrovare l’equilibrio dell’Ecosistema nell’abitare recuperando il rapporto Uomo – Casa – Ambiente. Dove, a suo parere, questo rapporto si è più deteriorato e quindi va ritrovato con maggiore necessità?
Direi, a mio parere, che nel rapporto tra le persone e la casa, tutto sta cambiando, ma in senso positivo. Il miglioramento lo si vede da tanti indicatori e basti pensare non solo ai requisiti e alle normative con cui devono essere costruiti oggi gli edifici e le abitazioni, ma anche alla sensibilità stessa delle persone che sono sempre più attente al tema dell’architettura e dell’abitare sostenibile. Ciò rientra in una sensibilità e consapevolezza in divenire e in crescita che le persone hanno nei confronti dell’ambiente. L’equivoco nasce dal fatto che una volta l’ecosistema era “naturalmente” in equilibrio e tutto era dato per scontato, si potrebbe dire che una volta l’equilibrio tra uomo, casa e ambiente era “inconsapevole” quindi per così dire “inesistente”. Oggi la gente è consapevole, quindi possiamo parlare di miglioramento.
A proposito dei 10 principi dell’architettura sostenibile, lei scrive che Costruire ecologicamente significa programmare, progettare, realizzare, utilizzare, demolire, riciclare e smaltire opere edilizie sostenibili per l’uomo e l’ambiente e comporta vantaggi ambientali ed economici. Ma oggi tutto ciò non è alla portata di tutti. Non tutti hanno gli strumenti finanziari e culturali per poter scegliere. E allora come fare?
L’architettura sostenibile, a mio parere, ha tra i suoi vantaggi principalmente il risparmio economico, ha sempre un ritorno economico. Abbiamo bisogno quindi di strumenti non finanziari ma culturali. Per questo dobbiamo diffondere cultura, valori, consapevolezza.
Valutare i fabbisogni. Significa che siamo destinati a stringerci in spazi vitali ridotti come i giapponesi?
Come detto, è prima di tutto un problema di cultura e di consapevolezza. Bisogna utilizzare le conoscenze e le risorse per tutelare l’equilibrio dell’eco-sistema ed è evidente che la scelta giusta sarà differente se dovrà essere declinata e concretizzata nel contesto della capitale giapponese piuttosto che nella campagna toscana dove per non sprecare non c’è bisogno di “ridurci” come gli abitanti di Tokyo.
Ricavare energia da sole, biogas, legna, con pannelli fotovoltaici e generatori eolici. Perché in Italia c’è un freno alle energie rinnovabili. Quando e se prevede un loro decollo nel nostro Paese?
Il decollo c’è già stato. Basti pensare al fotovoltaico. Dal 2008 al 2009 l’energia prodotta da impianti fotovoltaici in Italia ha fatto registrare un incremento del 400% e la potenza eolica installata è cresciuta del 30%. Entrambi i settori hanno registrato incrementi anche superiori negli anni passati, quindi parliamo di una corsa importante e consolidata.
Nella sua casa e nelle sue aziende ha cercato di applicare i 10 principi? Quali eventuali ostacoli ha incontrato?
È questione di cultura, consapevolezza, conoscenza. Evidentemente l’architettura sostenibile richiede nuove conoscenze. Ciò significa effettuare un cambio non solo di paradigma, ma anche tecnico, e spesso non solo le maestranze, ma anche tecnici e progettisti faticano ad adeguarsi a queste nuove conoscenze.
In Italia c’è già qualcuno che vive fuori rete, cioè indipendente dalle forniture energetiche pubbliche. Lei approva questa scelta?
È certamente lodevole il fatto che ci siano soggetti che facciano ricerca, innovazione e riducano i consumi. Dobbiamo tutti quanti lavorare insieme perché abbiamo un obiettivo comune.
In alcuni Paesi come la Danimarca vi sono villaggi di case passive che non solo generano energia per il proprio fabbisogno, ma che ne producono anche in eccesso fino a venderla. Per l’Italia è fantascienza?
Sta succedendo anche da noi, in Italia. Posso portare come esperienza la mia casa, che sorge nel contesto di un parco fotovoltaico per cui l’energia prodotta viene utilizzata per il fabbisogno interno e la parte in eccedenza venduta.
La mia impressione, ma potrei anche sbagliare, è che molto spesso le case ecosostenibili o passive esteticamente lascino molto a desiderare. In nome del ritorno alla natura dobbiamo rinunciare al bello degli edifici?
Difficile capire se una casa sia stata costruita secondo i criteri dell’architettura sostenibile semplicemente guardandola. Voglio dire che una casa è bella o brutta a seconda di com’è stata progettata punto. Per giunta credo che, dal momento che costruire una casa sostenibile presuppone consapevolezza, impegno, conoscenze particolari, probabilmente sia più facile che una casa sostenibile sia più bella di una che non lo sia.
Oggi le grandi archistar tendono a progettare megalopoli-formicai dotate di mille comfort. Ma la gente, soprattutto in Italia, sogna la casetta indipendente con giardino in periferia. Sbagliano le archistar allora a non capire realmente i bisogni della gente? O sono le persone che andrebbero educate a nuove forme dell’abitare? Ma poi, secondo la sua filosofia di vita, è meglio vivere in città o in campagna?
I bisogni delle persone, che sono i veri protagonisti del Cambiamento, coloro che determinano le caratteristiche del mercato e le scelte politiche, ovviamente desiderano essere al centro di un progetto di architettura sostenibile. Credo però che non si debba generalizzare e che, come detto, il Cambiamento è già in atto e le persone, non solo sono in grado di decidere da sé, ma fanno scelte sempre più forti nella direzione del vivere e dell’abitare sostenibile. Personalmente sono contrario alla megalopoli, che è più idonea alle formiche che agli uomini, certamente però esistono situazioni in cui la città dà maggiori vantaggi. La campagna è sicuramente più a misura d’uomo; è da dove veniamo.
Come giudica i nuovi grandi cantieri che stanno modificando il volto di Milano: la Bicocca progettata dallo studio Gregotti Associati International?. Alcuni studenti di architettura del Politecnico che lì ha una sede l’hanno battezzata “la nuova Legolandia”. Non corre il rischio di diventare un quartiere dormitorio?
Sono la persona meno adatta per giudicare l’architettura cittadina, almeno questo genere. Non posso fare a meno di considerare certe architetture alveari, insediamenti idonei agli insetti. L’uomo ha bisogno di verde e di spazio vitale.
L’area Garibaldi con il progetto Milano Porta Nuova di Stefano Boeri?
È presto per giudicare un progetto così avveniristico. Se guardiamo Milano dall’alto, ci rendiamo conto della quantità enorme di spazi dismessi, da recuperare. Personalmente non rilascerei una sola licenza di costruzione sino a quando non sarà stato “riciclato” tutto il “riutilizzabile”.
Il progetto per l’Expo 2015?
Sono attesi quasi trenta milioni di visitatori, ci saranno finanziamenti e posti di lavoro. Bisogna però tutelare l’ambiente. L’appoggio da parte di Al Gore perché Milano diventasse sede dell’Expo e un amministratore delegato capace come Lucio Stanca fanno ben sperare, staremo a vedere nella pratica quali saranno gli sviluppi.
Milan, 30 gennaio 2010
Elisabetta Carli
HOUSE, LIVING AND BUSINESS
Marco Roveda nasce nel 1951 a Milano. Nel 1978 abbraccia l’agricoltura biodinamica e nel 1981 fonda Fattoria Scaldasole che diventa immediatamente la prima azienda del biologico in Italia. In breve tempo oltre 60mila aziende, ispirate dal suo successo, seguono l’esempio e iniziano a produrre e trasformare prodotti biologici portando l’Italia dall’ultimo al primo posto per produzione di biologico in Europa.
Biografia approfondita
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